Il nonno che sistema il giocattolo rotto, quello che porta i nipoti al parco ogni domenica, quello che non manca mai a una recita scolastica. Eppure, nonostante la presenza costante e l’impegno pratico, qualcosa sembra mancare: le parole dell’affetto restano non dette, i sentimenti rimangono chiusi dentro, e la relazione rischia di fermarsi alla superficie. Non è mancanza d’amore, ma difficoltà a esprimerlo.
Molti nonni della generazione del dopoguerra e degli anni Cinquanta sono cresciuti in contesti dove l’emotività veniva repressa e considerata quasi un segno di debolezza. Gli uomini, in particolare, hanno imparato che dimostrare vulnerabilità significava essere meno virili. Questo bagaglio culturale pesa ancora oggi, rendendo complicato per molti nonni aprirsi emotivamente con i nipoti, anche quando il desiderio di vicinanza è forte.
Quando l’affetto si esprime solo con i gesti
C’è chi prepara la merenda preferita ogni volta che i nipoti vengono a trovarlo. Chi dedica ore a riparare la bicicletta o a costruire casette di legno. Questi gesti sono espressioni d’amore concrete e preziose, ma i bambini hanno bisogno anche di parole. Secondo gli studi sulla teoria dell’attaccamento di John Bowlby, i bambini costruiscono la propria sicurezza emotiva attraverso risposte sensibili e verbalmente espresse da parte delle figure di riferimento.
Il problema nasce quando il nonno pensa che fare sia sufficiente, senza accompagnare l’azione con una comunicazione emotiva. Il bambino percepisce la cura pratica, ma potrebbe non sentirsi visto nei suoi bisogni più profondi: essere ascoltato quando ha paura, essere rassicurato quando è triste, sentirsi dire che è amato.
Perché è così difficile parlare di emozioni
La difficoltà non è sempre consapevole. Molti nonni semplicemente non hanno gli strumenti linguistici per nominare ciò che provano. Parole come “orgoglioso”, “commosso”, “preoccupato” o “grato” potrebbero non far parte del loro vocabolario emotivo quotidiano. Quando il nipote chiede “Nonno, mi vuoi bene?”, la risposta potrebbe essere un imbarazzato “Ma certo” seguito da un cambio di argomento.
Altre volte, dietro il silenzio emotivo c’è la paura del giudizio. Il nonno teme di apparire sdolcinato, di invadere il ruolo dei genitori, o semplicemente di non sapere dire le cose giuste. La psicologa Susan Forward ha evidenziato come le generazioni cresciute con modelli comunicativi rigidi faticano a sviluppare flessibilità emotiva anche in età avanzata.
Quello che i bambini perdono senza dialogo emotivo
Un bambino che cresce senza conversazioni sui sentimenti con le figure significative sviluppa minore alfabetizzazione emotiva. Fatica a riconoscere le proprie emozioni, a nominarle, a gestirle. Gli studi di Daniel Goleman sull’intelligenza emotiva dimostrano che i bambini che hanno adulti capaci di parlare di sentimenti sviluppano migliori competenze relazionali e maggiore resilienza.
La relazione con il nonno può diventare una risorsa straordinaria proprio perché diversa da quella con i genitori: più rilassata, meno carica di aspettative, ricca di tempo. Ma se questo tempo viene riempito solo di attività senza parole del cuore, l’opportunità di creare un legame profondo rischia di sfumare.

Piccoli passi verso un dialogo più autentico
Il cambiamento non richiede di trasformarsi in persone diverse, ma di ampliare gradualmente la propria zona di comfort comunicativa. Per un nonno abituato al silenzio emotivo, anche piccole aperture possono fare la differenza.
- Commentare le emozioni dei personaggi durante un film o un libro letto insieme: “Secondo te come si sente adesso?”
- Condividere ricordi personali includendo come ci si sentiva: “Quando avevo la tua età e andavo a pescare con mio padre, mi sentivo importante”
- Nominare le emozioni osservate nel nipote senza giudicarle: “Vedo che sei arrabbiato per quello che è successo”
- Usare formule semplici ma dirette: “Sono contento quando passiamo tempo insieme”
Il ruolo dei genitori come mediatori
I figli adulti possono favorire questo avvicinamento senza forzature. Parlare con il proprio padre o suocero delle difficoltà che incontra, normalizzando il disagio senza criticarlo, crea uno spazio di riflessione. A volte basta condividere con il nonno cosa i nipoti hanno espresso: “Sai che Francesco oggi mi ha detto che gli piacerebbe sapere cosa provi tu quando lo guardi giocare a calcio?”
Evitare di sostituirsi al nonno nelle risposte emotive dei bambini è altrettanto importante. Se il piccolo chiede al nonno qualcosa di emotivo, lasciare che sia lui a rispondere, anche in modo imperfetto, dà valore al tentativo e incoraggia la pratica.
L’eredità emotiva che vogliamo lasciare
Gli anni che un nonno passa con i nipoti sono limitati e preziosi. Ogni momento è un’occasione per costruire ricordi, ma anche per trasmettere un modello di relazione. I bambini che vedono un nonno capace di nominare la propria commozione, di ammettere la propria paura o di esprimere la propria gioia imparano che gli uomini possono essere forti e sensibili insieme.
Non si tratta di diventare psicologi o di trasformare ogni incontro in una seduta terapeutica. Si tratta semplicemente di aggiungere autenticità a ciò che già esiste: l’amore c’è già, servono solo le parole per renderlo visibile. E queste parole, per quanto inizialmente difficili, diventano più naturali con la pratica.
Un nipote che ricorda il nonno non solo per le cose fatte insieme, ma anche per come si sentiva accanto a lui, per le parole di incoraggiamento ricevute e per l’affetto espresso porta con sé una sicurezza emotiva che lo accompagnerà per tutta la vita. E il nonno che trova il coraggio di aprirsi scopre che la vulnerabilità, invece di indebolire, arricchisce il legame in modi che mai avrebbe immaginato.
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